Angelo Panebianco

Kohl, Haider e l'Europa incompiuta. Se la democrazia un po' si vendica.

Da "il Corriere della Sera" -   Lunedì, 21 Febbraio 2000


Dal caso Kohl al caso Haider, sembra che una grande vendetta si stia consumando nel Vecchio Continente. E' la vendetta della democrazia ai danni dell'Europa. Solo i tecnocrati, irrealisticamente abituati a non tenere mai conto del ruolo delle opinioni pubbliche, e degli umori degli elettorati, potevano davvero credere che dopo il varo dell'euro, la democrazia (che intendo qui, in modo volutamente riduttivo, come espressione del suffragio universale) avrebbe continuato a latitare, avrebbe continuato a vagare in un limbo, innocua, impotente, inoffensiva. Prendiamo il caso Kohl. E' una regola della democrazia che i governi siano soggetti alle leggi che essi stessi si sono dati. La Cdu, con la caduta di Kohl e di Schäuble (ma c'è chi pensa che siamo solo all'inizio del dramma), ha cominciato a pagare alla democrazia tedesca il tributo di «sangue politico» che essa le deve a causa della scoperta dei finanziamenti illeciti. Ma la Cdu non è un partito qualunque. Con Adenauer essa «fece» la nuova Germania democratica, e avviò la costruzione dell'Europa. Con Kohl ha unificato la Germania, e ha presieduto alla nascita della moneta unica. Se la Cdu facesse la fine che ha fatto a suo tempo la Dc italiana, questo sarebbe un evento sconvolgente per gli equilibri dell'intera Europa. Perché mai, ad esempio, i mercati dovrebbero puntare sull'euro se una parte decisiva di quella classe dirigente tedesca che fu garante e levatrice della moneta unica se ne va alla malora? Ma il grandissimo rischio che corrono l'euro e l'intera costruzione europea, non vale a fermare la valanga che si è messa in moto in Germania. Elettori e magistratura indipendente, pilastri della democrazia, non lo permettono. Democrazia oblige, e tanto peggio per l'Europa.

Passiamo al caso Haider. E' un caso con due facce (la prima, interna all'Austria, la seconda, esterna). Chi conosce la storia della democrazia austriaca post-bellica non si meraviglia per il fatto che sia emersa, con il successo di un populista di destra (le cui idee, sia chiaro, a tutti noi ripugnano), una forte reazione degli elettori contro la più «partitocratica» e «consociativa» delle democrazie europee. Semmai, si meraviglia perché questa reazione si è manifestata solo ora. Ragioni interne a parte, ha pesato anche, nel successo di Haider, il processo di politicizzazione in senso anti-europeo che, da Maastricht in poi, sta interessando segmenti rilevanti degli elettorati d'Europa. E che altro, se non la democrazia, con le sue regole elettorali, consente alla politicizzazione anti-europea di manifestarsi apertamente?

Sempre con la democrazia hanno a che fare le reazioni dei governi europei. Non solo perché quei governi, lanciando l'ostracismo contro Haider, avevano ben presenti i «pericoli elettorali» di casa loro, da Le Pen ai Republikaner tedeschi, a movimenti analoghi sparsi per i Paesi dell'Unione Europea. Ma anche perché, se non fosse esploso l'affaire Kohl, e se non ci fosse il rischio che la Cdu venga in futuro elettoralmente ridimensionata a favore di qualche Haider tedesco, la Francia di Chirac non si sarebbe probabilmente mossa contro l'Austria, trascinandosi dietro gli altri governi europei. Anche qui democrazia oblige: i governi,in democrazia, devono sempre collegare le proprie azioni al calcolo elettorale. E il calcolo elettorale c'entra con le prese di posizione europee sull'Austria. Non è un caso che il presidente della Commissione, Romano Prodi, abbia sapientemente (e coraggiosamente) mantenuto una posizione più cauta, nella vicenda austriaca, di quella dei governi.

Senza nulla togliere al merito di Prodi, si può dire che egli se lo può permettere: dal momento che la Commissione, per sua natura, ha un legame assai più mediato, meno diretto, con la «democrazia» di quello che hanno i governi nazionali.

Stesso discorso per quanto riguarda la cosiddetta gaffe di Schröder sul «neofascismo» in Italia. E' ancora la democrazia che detta banco: la paura di un Cancelliere, peraltro di modesta levatura intellettuale, per i possibili contraccolpi elettorali in Germania della crisi della Cdu.

Se, come sostengo, i problemi europei di oggi dipendono da una vendetta che la «democrazia» si sta prendendo a spese dell'Europa, la domanda è: perché ora? Per un lunghissimo periodo, dalla nascita della Comunità europea in poi, l'Europa democratica (dei Parlamenti nazionali) e l'Europa tecnocratica (quella di Bruxelles, e delle euro-tecnostrutture) hanno marciato fianco a fianco, quasi sempre alleate. Quella feconda alleanza fra democrazia e tecnocrazia fu resa possibile dal basso tasso di politicizzazione delle questioni europee. I cittadini d'Europa, felici di incassare i benefici, soprattutto economici, che l'integrazione assicurava lasciavano mano libera ai loro governi e all'euroburocrazia nelle faccende comunitarie. Il tutto all'insegna di una grande finzione: mentre l'integrazione, a poco a poco, erodeva le sovranità nazionali, la propaganda e la retorica elettorali nei diversi Paesi europei, ignoravano questo aspetto; i benefici dell'integrazione apparivano (ma non erano) a costo zero, sembrava quasi che non comportassero, in cambio, la rinuncia degli elettori e dei governi nazionali alla loro libertà di scelta.

Poi sono arrivati Maastricht e la moneta unica. La finzione non poteva più reggere. Nel momento in cui le maglie della integrazione andarono sempre più stringendosi, la «democrazia» politicizzò gli affari europei: da allora, le opinioni pubbliche hanno cominciato a pesare sul processo di integrazione, e a dividersi, all'interno di ogni Paese, sui modi di realizzarlo. Per giunta, una parte degli elettori europei, scoprendo che i benefici dell'Europa non sono a costo zero, ha cominciato ad avversare, da destra o da sinistra, l'integrazione europea. L'Europa inizia ora a pagare le sue ambiguità irrisolte, le ambiguità di una costruzione sovranazionale che ha lasciato la formazione del consenso elettorale interamente su basi nazionali, mentre il vincolo «esterno», il vincolo europeo, è diventato, per ogni Paese coinvolto, sempre più stringente e potente. Con esiti che talora, se non fossero inquietanti, sarebbero umoristici. Da un lato, infatti, si vara l'euro, massima espressione della perdita di sovranità nazionale, dall'altro lato, si continua, nei rapporti inter-europei, ad adoperare linguaggio e strumenti delle diplomazie degli Stati sovrani. Nel caso Haider, ad esempio, si è parlato (chi per lodare, chi per biasimare) di «interferenza» negli affari interni austriaci. Ma il concetto di «interferenza» presuppone sovranità nazionali che l'integrazione europea ha da un bel pezzo eroso. Si dà così questa bizzarra situazione per cui i partner europei sono, ciascuno per l'altro, associati in una impresa comune che supera l'orizzonte dei singoli Stati, ma anche, al tempo stesso, tuttora, in mancanza di una identità europea e di istituzioni democratiche corrispondenti, «Paesi stranieri».

Ma l'ambiguità, alla lunga, non paga. La democrazia ha una sua logica, soprattutto ha bisogno di chiarezza in merito alla domanda cruciale: chi comanda? Il governo nazionale che io elettore ho contribuito ad eleggere oppure l'informale governo europeo che non risponde direttamente a me?

Gli ottimisti sperano che la Conferenza europea in corso risolverà, entro l'anno, la questione del cosiddetto deficit democratico dell'Europa. Non sarà così. La democrazia continuerà ancora a lungo a legittimarsi solo su basi nazionali (e anche per il Parlamento europeo continueremo, noi europei, a votare «per nazioni»). Il vincolo esterno, europeo, non verrà trasformato in un vincolo «interno»: lo sarebbe se fossimo chiamati a votare, su basi europee, e non nazionali, per gli organi governanti dell'Europa. Nessuna meraviglia, quindi, se la democrazia continuerà anche in futuro ad entrare in rotta di collisione con l'Europa, e se crescerà, fra gli elettori dei diversi Paesi, la tendenza a considerare i vincoli europei come il frutto di soprusi e di complotti di «Stati esteri» contro le libere espressioni della (propria) «sovranità popolare».


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