Angelo Panebianco
Perché non sappiamo competere. Libertà economiche: l'Italia è allergica
Da "il Corriere della Sera" - Domenica, 13 Febbraio 2000
Che cosa impedisce al nostro Paese, che pure appartiene al mondo un tempo detto «civile», fa parte dell'Occidente, è uno dei soci fondatori dell'Unione Europea, eccetera, di discutere con serietà delle cose davvero serie? Nel giro di un mese sono stati resi pubblici due documenti di diversa fonte che dicono su di noi, sull'Italia, e sul nostro possibile futuro, cose assai inquietanti. Ma la classe dirigente, a cominciare dal governo, ha scelto fino ad ora il silenzio, ha scelto di non discuterne, di non inchiodare il Paese alle sue responsabilità. Uno dei due documenti, il più recente, è il Rapporto Business International-Economist (Il Sole-24 ore, 9 febbraio). Secondo questo rapporto l'Italia occupa il penultimo posto nell'Unione Europea per competitività (peggio di noi sta solo la Grecia). Rispetto a Francia, Germania, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Spagna, eccetera, siamo il Paese meno capace di attirare investimenti stranieri: fisco, debolezza delle infrastrutture, rigidità del mercato del lavoro sono indicati come le principali cause. Questi dati andrebbero però confrontati con quelli di un altro documento reso pubblico poco più di un mese fa. Mi riferisco al rapporto annuale «Economic Freedom of the World», preparato dal Cato Institute di Washington, un centro di ricerca specializzato nel monitoraggio sulle libertà economiche. Misurando tali libertà alla luce di una pluralità di indicatori (che comprendono, ad esempio, le dimensioni del settore pubblico, la struttura legale e le garanzie per la proprietà privata, la libertà di usare valute alternative, la libertà di scambio sui mercati dei capitali, eccetera) il rapporto colloca l'Italia al penultimo posto in Europa (ancora una volta, davanti alla Grecia) e al 33½ posto nella classifica mondiale: dopo di noi, Grecia a parte, ci sono solo Paesi africani, asiatici (esclusi Giappone, Hong Kong, Singapore) e dell'America Latina. Se avessimo una classe dirigente degna del nome, di questo oggi soprattutto discuteremmo. Poiché è evidente che fra le due classifiche, preparate con intenti diversi da due diverse istituzioni, esiste una strettissima relazione: la causa principale della nostra bassissima competitività consiste sicuramente nella nostra «allergia» per le libertà economiche, nell'essere ancora oggi un Paese che diffida delle libertà economiche e cerca di comprimerle il più possibile. E questo nonostante siano passati più di cinquant'anni dalla caduta del fascismo (che era un regime statalista e dirigista) e dieci dal crollo della Prima Repubblica (anch'essa statalista e dirigista, a causa del suo vizio d'origine, a causa del fatto che essa venne creata da forze cattoliche, socialiste e comuniste, ideologicamente ostili all'iniziativa privata). Di fronte a dati così impressionanti ci si aspetterebbe un sussulto, ci si aspetterebbe che il governo dicesse al Paese: questa è la drammatica situazione in cui siamo, continuando così, nell'economia globalizzata, non avremo futuro, se non togliamo l'ingessatura che nel corso dei decenni è stata imposta all'economia saremo presto rovinati. E invece no. Accade esattamente l'opposto. La classe politica di governo continua a proporsi come vertice di uno Stato dirigista, «eudemonologico»: a differenza dello Stato liberale che lascia liberi i cittadini di cercare da soli la propria strada, lo Stato eudemonologico è quello che pretende di provvedere direttamente alla loro «felicità».
C'è l'occasione dei referendum radicali sul mercato del lavoro che potrebbero togliere qualche pezzo (solo qualche pezzo) dell'ingessatura? L'iniziativa viene criminalizzata. Si parla, addirittura, con sprezzo del ridicolo, di «attentato alla democrazia». La Corte Costituzionale, all'apparenza, condivide. Non una parola sul fatto che, Grecia a parte, nessuno in Occidente sta peggio di noi sotto il profilo delle libertà economiche.
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