Angelo Panebianco
D'Alema, Bossi e il pollo.
Da "il Corriere della Sera" - 16 Febbraio 1999
Diavolo di un Bossi. Continuamente dato per finito, per
politicamente morto, e invece sempre lì, pronto a smentire ogni pronostico, in posizione
strategica, sempre o quasi sempre determinante nei momenti cruciali. Oggi la domanda è:
quale accordo hanno stretto con lui D'Alema e Mastella? E quando, di grazia, dei contenuti
di tale accordo saremo informati anche noi? Come periodicamente accade c'è oggi in Italia
un'atmosfera brutta, da intrighi di palazzo, e le voci, anche le più bislacche, si
rincorrono.
La scelta del governo di continuare ostinatamente a procrastinare la decisione sulla data
del referendum sta creando un clima torbido, sempre più torbido. Scalfaro, come alcuni
sostengono, si dimetterà anticipatamente? Se questo accadesse, sarebbe manifesto
l'obiettivo: far eleggere il nuovo presidente prima che si tenga il referendum, in modo da
rendere meno improbabile l'elezione di un nemico del maggioritario (Scalfaro stesso?
Mattarella?, Jervolino?), di un altro avversario del bipolarismo.
E Bossi, che proprio di quel risultato ha bisogno, che parte avrebbe in questo gioco? Che
D'Alema voglia far durare il proprio governo il più a lungo possibile è ovvio e
naturale. Ma è pronto per questo a pagare qualunque prezzo e, ciò che conta di più, a
farlo pagare al Paese?
Valutazioni tecniche a parte (per le quali rinvio al fondo di Giovanni Sartori sul
Corriere di domenica 14), politicamente parlando, la proposta di riforma elettorale messa
a punto da Giuliano Amato è, semplicemente, un capolavoro. Coglie infatti quattro
obiettivi in un colpo solo. In primo luogo, compatta il centrosinistra. In secondo luogo,
offre alla Lega di Bossi, grazie al doppio turno con ballottaggio, la possibilità di
entrare nei ballottaggi di tutti i collegi del Nord-Nordest, la sua area di insediamento.
In terzo luogo, toglie al centrodestra (proprio in virtù del ruolo che, con tale sistema
elettorale, avrebbe la Lega al Nord) ogni ragionevole possibilità di vincere le elezioni.
In quarto luogo, depotenzia, o promette di depotenziare, il referendum. Insomma, Amato e
D'Alema hanno fatto un colpo da maestri.
E' la volontà implicita di alleanza con Bossi che qui soprattutto mi interessa esaminare.
Ufficialmente essa si compendia in due offerte (parlo, naturalmente, solo di ciò che
conosco, le offerte palesi, pubbliche). La prima è, appunto, la proposta di una legge
elettorale che, fra tutte quelle di tipo maggioritario, è la sola che possa soddisfare il
proporzionalista Umberto Bossi.
La seconda è la promessa/annuncio che il governo si impegnerà per la «riforma
federalista» (guarda chi si rivede: il vecchio caro «federalismo», il quale, com'è
noto, compare e scompare a comando, a seconda che si debba o non si debba trafficare con
la Lega). Traduzione: caro Bossi, noi ti offriamo una soluzione tecnica per la legge
elettorale che non ti farà scomparire e, in più, ti diamo un vantaggio propagandistico,
ossia la possibilità di andare a dire ai tuoi che, grazie alla Lega, il governo è
finalmente «costretto» ad occuparsi di federalismo. In cambio, tu eleggi insieme a noi
il prossimo presidente della Repubblica e (con discrezione) ci aiuti a tenere in vita il
governo il più a lungo possibile.
Sono un cattivo traduttore, ho tradotto male? Non credo proprio. Una tale operazione, se
andasse in porto, servirebbe certamente agli interessi di breve termine di D'Alema e
Mastella. Ma servirebbe anche al Paese? Secondo me no, e per almeno due ragioni. A
cominciare dalla questione del Quirinale. Non si può, sul punto, continuare a menare il
can per l'aia. La classe politica di governo deve decidersi. Vuole, in sintonia con gli
italiani (tutti ci aspettiamo una valanga di «sì» al referendum), scegliere un
presidente che, per le sue caratteristiche personali, dia garanzie di accompagnare, di
agevolare (e non di sabotare) logica maggioritaria e bipolarismo? In questo caso, il
centrosinistra deve fare accordi per il Quirinale con chiunque, o quasi, tranne che con la
Lega. Dal momento che la Lega a tutto è interessata meno che al consolidamento del
bipolarismo. Sarebbe davvero una bella esibizione di disprezzo oligarchico per il Paese
inchinarsi a parole di fronte al probabile voto «maggioritario» degli italiani al
referendum e, contemporaneamente, stringere alleanze che, per la loro natura, portino a
scegliere un candidato alla presidenza di orientamento «non maggioritario».
La seconda ragione ha a che fare con l'evoluzione futura della Lega. Chi dice di essere
interessato al consolidamento del bipolarismo deve porsi il problema di come obbligare la
Lega a scegliere fra sparire o piegarsi a tale logica. Tertium non datur. Nulla sarebbe
più dannoso di costruire, per ragioni del tutto contingenti (allungare la vita di un
governo) un sistema elettorale che dia alla Lega la possibilità di non scegliere e, per
di più, di coltivare la speranza di essere, dopo le elezioni, ago della bilancia fra
destra e sinistra.
Il leghismo è stato, comunque lo si giudichi, un fenomeno importantissimo nella storia
del decennio trascorso ed è certo che, sia pure in modo altalenante, insieme a molte
scorie, ha rappresentato anche istanze fondate e legittime. È vero inoltre che il
leghismo non può essere abolito con un tratto di penna. Ma è anche vero che non si
servono gli interessi generali se si offre opportunisticamente a Bossi la possibilità di
sopravvivere continuando a svolgere il suo consueto ruolo «antisistema», se non lo si
costringe a scegliere fra essere spazzato via o trasformarsi in «forza responsabile». La
strada scelta da D'Alema e da Mastella non mi pare favorisca tale, auspicabile,
evoluzione.
Il progetto politico dunque è abbastanza chiaro. C'è però un ma. D'Alema, Mastella e
Bossi, da soli, non ce la farebbero. Per esempio, non ce la farebbero a far approvare da
una sola Camera la legge elettorale proposta, in modo da neutralizzare politicamente il
referendum. Hanno bisogno di trovare qualche alleato occasionale. Hanno, in sostanza,
bisogno di un «pollo», qualcuno che li sostenga senza aver colto tutte le implicazioni
di ciò che sta facendo. Onorevole Berlusconi, mi sbaglierò, ma mi pare che i suddetti
signori, mentre si guardano intorno alla ricerca del potenziale «pollo», stiano pensando
soprattutto a lei.
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