Angelo Panebianco

La doppia lezione che viene dal Friuli.

Da "il Corriere della Sera" - 20 Agosto 1998


Improvvisamente, ciò che accade in una regione a statuto speciale del Nord, il Friuli Venezia Giulia, sembra essere diventato importante anche per il futuro della politica nazionale. Si sa, nei vari luoghi della penisola dove i politici trascorrono le vacanze si rincorrono insistentemente le voci di una probabile crisi di governo in autunno, la resa dei conti finale fra Bertinotti e l'Ulivo è data per imminente, e circolano le ipotesi più disparate sulle maggioranze possibili, in sostituzione di quella che uscì dalle urne nel 1996. E i pasticci politici di scena in Friuli sono - giustizia a parte - un argomento che alimenta le conversazioni politiche.

Ricapitoliamo, a beneficio dei non friulani, che cosa sta accadendo da quelle parti. In Friuli, dove è in vigore un sistema elettorale proporzionale (blandamente corretto da una soglia di sbarramento del 4%) si è votato per il rinnovo del consiglio regionale il 14 giugno. Le elezioni, che registrarono anche un altissimo astensionismo, consegnarono al futuro della regione uno scenario di sicura instabilità. La frantumazione della rappresentanza, favorita dalla proporzionale, risultò superiore alle aspettative: il primo partito, Forza Italia più alleati minori, non mise insieme più del 20 per cento. La Lega Nord, secondo partito, prese il 17 per cento, i Democratici della sinistra il 15, Alleanza nazionale il 13. E l'inedita alleanza fra popolari e cossighiani l'11 per cento. Senza dimenticare Rifondazione comunista quasi al 7 per cento e i Verdi al 5.

La sentenza allora concorde di tutti gli osservatori fu: ingovernabilità garantita. Così è. Il 7 agosto è stata varata una giunta ultraminoritaria di centrodestra (quasi certamente destinata ad avere vita breve) che è passata, con il voto contrario di Rifondazione e della Lega Nord, grazie a una serie di astensioni e di assenze dall'aula più o meno concordate con i popolar-cossighiani e i democratici della sinistra. Contro il comportamento di questi ultimi ha preso duramente posizione Pietro Ingrao, accusandoli di avere, sostanzialmente gratis, senza contropartite, permesso la formazione di un governo regionale di destra.

I poveri politici friulani, oggi accusati da varie parti, non solo da Ingrao, di trasformismo e di allegate nefandezze, in realtà, non meritano tanto biasimo. I politici giocano secondo le regole del gioco di cui dispongono e, nel caso friulano, dovendo operare in condizioni di forte frantumazione della rappresentanza, non si vede che cosa potrebbero fare di diverso da accordi temporanei, più o meno sottobanco, più o meno pasticciati. Semplicemente, il caso friulano conferma che, in Italia, la proporzionale è un pessimo sistema elettorale, inevitabilmente destinato a produrre soluzioni politiche non trasparenti.

Potremmo anche aggiungere che le notizie friulane sono musica per le orecchie di coloro (compreso chi scrive) che sostengono il referendum per l'abolizione della quota proporzionale. Se si terrà quel referendum essi potranno (potremo) dire agli elettori: avete visto che cosa è successo in Friuli? Ebbene, se perderemo il referendum, tutti quelli che, a Roma, vorrebbero ripristinare integralmente la proporzionale ne usciranno rafforzati, e se tornerà la proporzionale anche la politica nazionale, inevitabilmente, farà la fine di quella regionale friulana. Non ci sarebbe altro da dire sul Friuli se non fosse che, come ho sopra ricordato, il nervosismo fra i politici italiani è notevole e l'incertezza sulle prospettive anche. E così il caso della regione Friuli Venezia Giulia è stato letto da alcuni come una possibile anticipazione del dopo-Prodi, di un futuro governo di «larghe intese». Esagerazioni? Mancanza di senso delle proporzioni? Probabile. Le «larghe intese» si faranno o (più plausibilmente) non si faranno, ma, penso, in modo del tutto indipendente da quello che succede in Friuli, o in qualsiasi altra regione italiana. Riguardo alle ipotesi di un governo di larghe intese ciò che si può forse dire è che chi le vuole, come chi le teme, non sembra fare i conti con l'oste, sottovaluta la fortissima, feroce, ostilità reciproca fra i seguaci degli opposti schieramenti nazionali. Un'ostilità che esplode continuamente, soprattutto in connessione con le vicende giudiziarie (da ultimo, sul caso Lombardini), e della quale difficilmente i politici nazionali potranno non tenere conto.


Forse il dopo-Prodi è davvero alle porte, forse l'autunno ci riserva crisi di governo, rimpasti e (parziali?) cambiamenti di maggioranza, ma con tutto ciò i pasticci friulani c'entrano poco o niente. Piuttosto, il caso friulano ci dice un'altra cosa. Che dopo tanto parlare di federalismo siamo sempre al punto di partenza, continuiamo, come si faceva ai tempi della Dc e del Pci, a interpretare le vicende locali alla luce degli schemi nazionali. Il momento in cui smetteremo di fare ciò, il momento in cui riconosceremo che ciò che accade in Friuli (o in qualsiasi altra regione) sarà anche importantissimo per il Friuli (o per qualsiasi altra regione) ma irrilevante per quel che riguarda la politica nazionale, saremo finalmente maturi per accettare quelle forme di autogoverno locale autentico che il termine federalismo evoca. Salvo eventualmente ricordare ai friulani (o a chiunque altro), se richiesti di un parere, che tenersi la proporzionale e contemporaneamente pretendere di salvare le istituzioni locali dal discredito dovuto a cosiddette «manovre dei politicanti» troppo disinvolte sono cose fra loro incompatibili.

 

 

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