Angelo Panebianco
Il Futuro. Padri pensionati, figli disoccupati.
Consumare il futuro.
Da "il Corriere della Sera" - 30 Agosto 1998
La frustata con cui il professor Mario Monti ha
colpito partiti di governo e sindacati evocando e auspicando uno sciopero dei giovani, una
rivolta generazionale, è stata inaspettata e dura, li ha fatti per un momento vacillare,
ma è certo che essi si riprenderanno subito e ricominceranno a fare finta di nulla. La
ragione è che essi pensano di avere dalla loro, almeno per il momento, la «democrazia»
intesa volgarmente e impropriamente come «volontà del popolo». Per questo possono
ribadire, con tranquillità, che le «pensioni comunque non si toccano», per questo
possono scrollare le spalle quando un altro economista, Mario Baldassarri, ricorda che è
pura demagogia pensare di tutelare, insieme, i «pensionati giovani» e i «giovani
disoccupati».
Le politiche «contro i giovani» che discendono dal predominio degli interessi dei
garantiti e dei pensionati sono, potremmo dire, un effetto perverso prodotto dall'impatto
- mediato e amplificato, però, da trasformazioni degli atteggiamenti culturali - della
demografia sulla democrazia. Una popolazione che invecchia, che fa sempre meno figli,
finisce per infischiarsene del «futuro» e, grazie alla democrazia, possiede gli
strumenti per imporre, servendosi sia del voto sia delle lobbies sindacali, politiche
pubbliche, per esempio politiche di welfare, interamente o quasi schiacciate sul presente,
politiche che «consumano» il futuro a beneficio del presente. Ma naturalmente l'impatto
della demografia sulla democrazia non sarebbe così disastroso se non fosse accompagnato
da cambiamenti negli atteggiamenti culturali, da una tendenziale rottura della
solidarietà intergenerazionale che da noi (basti vedere in che conto sono tenute le
istituzioni educative) appare in forme più gravi che altrove.
Ha torto, secondo me, Chiara Saraceno quando, sull'Unità, in un articolo peraltro assai
intelligente e che contiene anche proposte interessanti, nega, in polemica con Monti, che
la rottura della solidarietà intergenerazionale sia avvenuta, e afferma che una delle
ragioni per cui gli anziani difendono così caparbiamente ogni loro privilegio dipende dal
fatto che in questo modo cercano di salvaguardare anche i propri figli (che non trovano
lavoro e restano a lungo in famiglia). Questo argomento, mi sembra, è contraddetto, ad
esempio, dalla strenua difesa che quei padri e quelle madri hanno fatto delle pensioni di
«anzianità» (quella forma estrema di generosissima beneficenza con «soldi altrui» che
il sistema pensionistico della Seconda Repubblica ha ereditato dalla Prima). Se quei
teneri e amorevoli padri (e madri) avevano così tanto a cuore la sorte dei figli quale
sacrificio sarebbe mai stato accettare di continuare a lavorare fino al raggiungimento dei
limiti di età?
No, non è così. La dura realtà è che esiste una società di garantiti, che se ne
infischia dei figli (di quelli altrui sicuramente, e forse anche dei propri) e che usa la
democrazia, il fatto che i politici hanno bisogno del suo consenso elettorale, a fini di
«sopruso generazionale». Non solo il sistema pensionistico ma l'insieme delle politiche
di welfare sono, allo stato, intoccabili. E lo sono proprio perché la rottura della
solidarietà fra le generazioni impedisce di ridisegnare il welfare state in modo più
equo. Se le cose stanno così, e io penso che sostanzialmente stiano così, il futuro è
destinato a diventare piuttosto cupo. Anche per gli effetti che ciò ha sugli
atteggiamenti dei più giovani. E' impressionante quanto sia già oggi alto, come
risulta da una recente indagine dell'Istat, il numero di giovani tra i 15 e i 24 anni che,
dopo qualche tentativo fallito, rinuncia a cercare un lavoro, rinuncia cioè a progettare
il proprio futuro.
Il «conflitto generazionale» è dunque destinato ad aggravarsi e a segnare il destino
della società italiana (fra l'altro, anche indurendo, rendendo più spietati, i rapporti
fra le generazioni: è plausibile che i figli, o molti di loro, se e quando ne avranno la
possibilità, renderanno pan per focaccia ai padri, abbandonandoli al loro destino,
abbandonandoli, nella migliore delle ipotesi, nelle grinfie delle burocrazie del welfare).
Tutto ciò può essere affrontato e avviato a soluzione, ad esempio, da un nuovo «patto»
neocorporativo fra sindacati, imprese e governo, come propone Ciampi? Non lo credo, anche
e soprattutto perché i sindacati, come mostrano anche le loro reazioni alle tesi di
Monti, sono i più forti e agguerriti difensori istituzionali della società dei
garantiti. E' certo che essi non potranno mai accettare nulla di realmente radicale
- né una seria riforma del sistema pensionistico in particolare, e del welfare state in
generale, né, men che mai, quella «libertà di licenziamento» invocata da Franco
Modigliani - che possa contribuire a porre fine al sopruso generazionale. Non per malanimo
o cattiveria ma perché questo pretende la loro base. Ciò significa che non c'è
soluzione a breve termine e che una buona parte dei giovani continuerà a sbattere contro
porte chiuse.
In prospettiva qualche cambiamento è invece possibile. Da un lato, c'è il problema di
porre rimedio all'invecchiamento della società. Se gli italiani, come è accertato, non
hanno più voglia di fare figli a sufficienza per assicurare il ricambio, non resta che
una seria politica di immigrazione legale. Non certo in omaggio alle sciocchezze dei fan
del «multiculturalismo» ma per necessità: per riequilibrare, in prospettiva, il
rapporto fra giovani ed anziani in Italia. Un'immigrazione che, naturalmente, deve
avvenire alle nostre condizioni, rispettando i nostri usi, le nostre convenzioni, le
nostre leggi. Dall'altro, c'è la necessità che un'alleanza si saldi fra coloro che hanno
tutto da guadagnare e nulla da perdere dalla liberalizzazione integrale dei mercati, dalla
flessibilità del lavoro, dalla riduzione della pressione fiscale, dal riorientamento
delle risorse pubbliche in direzione dell'investimento in scuola e formazione, dalla
eliminazione di tutte le barriere, burocratiche, fiscali e quant'altro, che oggi si
frappongono all'iniziativa privata.
Come mostrano, indirettamente, anche i comportamenti elettorali, non sono pochi i giovani
che, più o meno confusamente, hanno capito che la società dei garantiti lavora contro di
loro. E' certo che poco o nulla cambierà fin quando il blocco di potere espresso dalla
società dei garantiti non verrà sfidato da un altro e diverso blocco di potere con
interessi incompatibili e opposti rispetto al primo. Detto in altri termini ancora, e più
brutalmente: non ci sarà verso di attenuare il conflitto generazionale fin quando non
assisteremo ad un deciso declino del peso e del ruolo dei sindacati nei pubblici processi
decisionali. Nel frattempo non resta che elogiare la saggezza di quei teorici liberali che
avevano intravisto molti pericoli nell'affermazione di una concezione, potremmo dire,
«totalitaria», della democrazia, di una democrazia intesa come diritto della maggioranza
di fare qualunque cosa, senza freni e senza limiti, anche eventualmente «mangiare a
sbafo» lasciando il conto da pagare alle generazioni successive. Nemmeno quei teorici,
peraltro, avevano previsto che un giorno quel tipo di democrazia avrebbe persino
consentito ai padri - «democraticamente», ben si intende - di divorare i figli.
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